La Chiesa di San Martino alla fine del ‘500

Quadro di San Martino sull'altare maggiore - XVIII secolo

Quadro di San Martino situato sull’altare maggiore – XVIII secolo

Nel 1573, il Vescovo di Orvieto Monsignor Binarino [1] compì una visita apostolica nel territorio della sua diocesi, la prima che si conosca dopo quelle di epoca medievale. In questo suo peregrinare si trovò a Fabro il 23 settembre 1573, dove visitò la Chiesa di San Martino, retta dal pievano Orazio Baroncello di Montepulciano, e la Chiesa di San Cristoforo, la quale non esiste più da un paio di secoli.
Sebbene l’arredo sacro della chiesa fosse stato trovato in buono stato e ben conservato, il Vescovo trovò l’edificio della chiesa in pessimo stato. Infatti, non era rifinita, nè intonacata nè imbiancata nè aveva le finestre chiuse, cosa che costituiva un pericolo per il Sacramento della Santa Eucaristia.

“Non laterata erat ecclesia nec etiam dealbata nec resarcita nec fenestre clause ubi periculus patitus Sanctissimae Eucaristie”

Arch. Vescovile di Orvieto, Visite Pastorali, Visite di Monsignor Binarino 1573

Ordinò, quindi, di provvedere minacciando un’ammenda pecuniaria di 10 scudi. In base al documento, infatti, in una visita precedente di cui non si conosce la data, il Vicario Monsignor Ludovico Villa aveva ordinato dei lavori di restauro i quali, però, nella visita del 1573 non erano ancora stati conclusi. Questa notizia, quindi, mostra che la Chiesa di San Martino doveva essere già stata oggetto di un intervento di restauro prima di quello di cui parleremo nel proseguo dell’articolo.

La visita nella chiesa fu effettuata alla presenza del presbitero Paolo il Campanaro [Paulo Campanario] e Cristiano del fu Cecco Belli di Orvieto [Christianus quodam Cecchi Belli de Urbeveteri].

Questa visita, oltre ad informare sulla situazione non eccelsa dell’edificio, è una grande fonte di informazioni circa l’aspetto della chiesa prima del completo restauro che sarebbe avvenuto di lì ad una ventina d’anni. In essa sono, infatti, elencati gli altari e gli arredi sacri presenti, alcuni dei quali definiti vetusti, ossia antichi. La chiesa, infatti, è già attestata nel XIII secolo. Dall’elenco si comprende quanto la Chiesa di San Martino fosse ben fornita di arredi di valore, i quali però sono andati persi nel tempo.

Questo è ciò che vide Monsignor Binarino all’interno della chiesa, dopo aver fatto la solita orazione:

  • visitò il Santissimo Sacramento che trovò ben custodito in un vaso d’argento dentro un tabernacolo di legno dorato;
  • visitò il Fonte Battesimale in un vaso fittile ed ordinò che ne fosse fatto un altro di bronzo da far stagnare con il suo coperchio, e che in quell’altare dove si trova il Fonte che non si celebrasse più la messa trovandosi nel luogo dove doveva essere mantenuta la pietra sacra [un altare];
  • visitò l’Olio della Cresima e della Comunione in vasi di stagno e ordinò che fossero posti in un altro luogo adatto per conservarli in una scatola di legno; 
  • vide l’Olio per gli Infermi ben custodito e ordinò che si riparasse il vaso in una scatola di legno, vide il Campanello e la Lanterna per il Santissimo Sacramento per gli Infermi;
  • visitò l’altare maggiore [altare maius] e lì trovò la sacra pietra (l’altare in senso stretto) e un lignum (antica croce) che era consunto per l’antichità [a vetustate] e ordinò che fosse restaurato, poi vide tre tavole (pala d’altare a trittico), vide un palio dorato (tessuto ricamato posto davanti all’altare) e  due candelabri di ferro.
  • visitò l’altare della Santa Vergine con due tavole (pala d’altare a dittico) con palio di panno di lana di color turchino, con due candelabri d’oro con Croce di legno dipinto.
  • visitò l’altare della Santa Vergine e San Bartolomeo con tre tavole (pala d’altare a trittico), Croce di legno dipinto e dorato, con un palio di panno di lana di color grigio, con due candelabri di ferro.
  • visitò l’altare di Sant’Antonio con due tavole (pala d’altare a dittico) e con una Croce di legno dipinto, con un pallio di lino rigato.
  • vide il vaso del Calice tutto d’argento con patena (piattino dell’Eucaristia) d’argento dorato.
  • vide un altro Calice con coppa d’argento e con patena di bronzo e ordinò invece che fosse dorato entro un mese.
  • vide due Corporali, vide cinque purificatori (panno che si usa durante l’Eucaristia per detergere), vide un camisus (tonaca di tela bianca) con velluto rosso funebre, con stola e manipolo dello stesso colore e con corda.
  • vide una pianeta (veste del sacerdote durante il rito) di damasco rosso e vide un altro camisus antico
  • vide un altra pianeta come è chiamata dal volgo guarnello (veste maschile povera) di colore nero
  • vide un altra pianeta di tessuto rigato e ordinò che fosse fatta un’altra pianeta con camicia e tutto il necessario per la celebrazione della messa.

Da quanto emerge non si comprende la planimetria della Chiesa di San Martino che doveva comunque essere diversa da quella attuale. Si viene a conoscenza della presenza di ben quattro altari: il maggiore dedicato a San Martino collocato di norma nell’abside, e tre minori dedicati uno alla Madonna, uno alla Madonna e a San Bartolomeo e uno a Sant’Antonio. Questi probabilmente erano collocati lungo la navata addossati alle pareti. Su ciascun altare era presente una pala d’altare in legno, composta di due o tre elementi, un palio decorativo e due candelabri. Il palio più pregiato era quello di San Martino intessuto con fili d’oro.

E’ interessante notare come l’antico fonte battesimale fosse di materiale ceramico, completamente diverso dal battistero in pietra serena a forma di clessidra con vasca ottagonale giunto fino a nostri giorni che che fu rimosso nel corso del ‘900 dall’allora parroco. Questo secondo fonte battesimale con ogni probabilità andò a sostituire l’antico fonte a seguito del restauro e quindi può essere datato tra il XVII e il XVIII secolo.

A seguito di questa visita, il Consiglio comunale di Fabro decise di portare avanti i lavori di restauro della chiesa che, però, non avvennero immediatamente ma circa una ventina di anni dopo. La Comunità, infatti, era impegnata in quegli stessi anni nella costruzione della chiesa di San Basilio.

Effige funebre di Marchese Michele Bonelli presso la Chiesa di Santa Maria sopra Minerva di ROma

Effige funebre del Marchese Michele Bonelli Chiesa di Santa Maria sopra Minerva in Roma

In un consiglio comunale del 1580 si parla della fabbrica della nuova Chiesa di San Martino, perchè la situazione della vecchia era peggiorata e minacciava rovina. Per questo la Marchesa Livia Capranica, l’allora padrona del castello e moglie del Marchese Michele Bonelli, suggerì di chiamare il Maestro Ippolito Scalza per scegliere il luogo dove fare la nuova chiesa e per la sua progettazione [2]. In questa seduta, inoltre, in attesa che lo Scalza si pronunciasse sul dove fare il nuovo edificio, si fa riferimento ad un probabile sito dove costruire la nuova chiesa, ossia presso un granaio della casa dei figli di un certo Alessandro, di cui non è riportata l’ubicazione.

Circa 18 anni dopo, nel libro dei consigli del 1598, sotto la data 28 Maggio, è riportata la cerimonia della Fondazione della nuova Chiesa, che Ippolito Scalza decretò dovesse essere edificata sul sito della vecchia [3]. Questo il testo originale, in italiano cinquecentesco:

Della Fondazione della nuova Chiesa di San Martino

Ad laude, honore, et gloria dill’omnipotente Dio, et dilla gloriosissima Madre Vergine Maria et de San Martino Avocato, et protettore dilla Magnifica Comunità di Fabro, processionalmente doppo l’essersi cantata la Messa dillo Spirito Santo nilla Chiesa di San Basilio, et detto l’Evangelio, et altre divine Orationi su’ luogo, et fatte altre Cerimonie, solite a farsi in simil’opere, dal Molto Reverendissimo Anibale Fabritii da Ficulle Pievano del detto Castello di Fabro con l’aiuto del reverendo Don Angilo Persiani della Terra di Castel della Pieve, Rettore della Chiesa di San Leonardo di Salci, et di Don Armenio Fileni da Todi maestro di scuola del medesimo luoco, alla presentia di me Emilio Benitii della Terra di Castel della Pieve, luogotenente per gli Illustrissimi Don Michele Bonelli et Livia Capranica Bonilla, et di Salustio Bielli, Orlando di Millo et Sante di Ciano Defensori della Comunità e di Mastro Antonio di Benedetto Camerlengo et di Francesco Anselmi, et di Ridolfo di Dino soprastanti, deputati del publico, et maggior Consiglio a tal fabrica con il concerto di moltitudine di Homini et Donne del medesimo luoco, fu cominciato a murar li fondamenti della nuova Chiesa verso la Chiesa vecchia di profondità di piedi undici, et di larghezza di piedi quattro e un quarto, arragguagliato al piano della terra, conforme al disegno, dato dal molto eminente Architetto et Scultore Maestro Ippolito Scalza dalla Città di Orvieto, essendo capi mastri Giacomo e Pietro lombardi sotto il di 28 di Maggio 1598.

Dalle autorità presenti alla cerimonia di può comprendere come il Castello di Fabro nel 1598 fosse ancora sotto la giurisdizione di Città della Pieve e lo sarebbe rimasto per altri 30 anni.

In un documento del 1751, riguardante la secolare disputa tra la Comunità di Fabro e i pievani della Chiesa su chi dovesse pagare gli ultimi lavori nella fabbrica, si conoscono alcuni particolari sul restauro [4]. Si conoscono, infatti, per esteso i nomi dei mastri impiegati nella costruzione della nuova chiesa: Mastro Giacomo di Giovanni Leone di Valle Lucana e Mastro Pietro di Antonio, entrambi maestri comacini. Questi accettarono il lavoro a patto che la Comunità portasse tutto l’occorrente sul posto del cantiere. Essi avrebbero dovuto scoprire i tetti della vecchia chiesa e delle strutture accanto ad essa, murare le nuove pareti, imbiancare ed intonacare. Non si conosce, però, nulla di più sul progetto, essendo il documento una semplice rendicontazione delle spese da produrre in tribunale.

autore: F. B.

Note:

[1] Archivio Vescovile di Orvieto, Visite Pastoriali, Visite di Monsignor Binarino 1573
[2] Archivio Storico Comunale di Fabro, archivio non inventariato
[3] Archivio Storico Comunale di Fabro, archivio non inventariato
[4] Archivio Vescovile di Orvieto, Inventari, Cartella di Fabro n.32

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3 pensieri su “La Chiesa di San Martino alla fine del ‘500

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