I proprietari del Castello di Fabro tra Medioevo e Rinascimento

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Il centro storico di Fabro

Tra Medioevo e Rinascimento, il distretto castrense di Fabro fu possesso di alcune delle famiglie più importanti della zona e come si è visto negli articoli precedenti, di queste condivise le alterne vicende.

Sfortunatamente non si conoscono i proprietari primigeni del castello, ossia quelli che diedero la spinta per la fondazione del primo insediamento alto-medievale, ma si hanno notizie certe solo a partire dalla seconda metà del ‘200.

Un po’ di storia

Durante le battaglie tra guelfi e ghibellini, Fabro fu roccaforte ghibellina, feudo della potente famiglia orvietana dei Filippeschi. Nel 1272, a seguito dell’omicidio di un esponente della famiglia Pandolfini alleata dei guelfi Monaldeschi, fu fatto un processo e furono convocati come testimoni 22 uomini dal castello di Fabro. Questi, però, preferirono non presentarsi in tribunale e pagare la multa piuttosto che subire ritorsioni da parte dei Filippeschi [1].

Nel 1295, Orvieto inviò messer Orlandino del Veglio da Lucca, capitano del popolo, al castello di Fabro per distruggere i beni dei ghibellini, pratica in uso per annientare completamente le famiglie avversarie.

Nel 1300, Fabro ebbe come visconte Spinuccio Monaldeschi [2].

In questo stesso anno, Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo della storia. Secondo Monaldo Monaldeschi [3], che scrive alla metà de ‘500, a Roma per questo evento giunsero 200.000 persone e aggiunge anche che vi si trovasse sempre buon mangiare e dormire. Per questa occasione il Comune di Orvieto inviò a Roma la Cavalleria del Comune per guardia e sicurezza della città e del Papa. Dal nostro territorio partirono 20 fanti da Camporsevoli, 12 da Monte Orvietano, 20 da Fabro, 100 da Ficulle, 20 da Monteleone, 20 da Montegabbione, 6 da Carnaiole e 6 da Montegiove, ecc.

Nel 1313, dopo la disfatta della famiglia Filippeschi, Fabro, insieme ad altri castelli del contado, entrò a far parte dei possedimenti della famiglia guelfa vincitrice, i Monaldeschi.

In seguito alla morte del tiranno di Orvieto, Manno Monaldeschi, avvenuta nel 1337, sorse nuovamente una sanguinosa lotta interna alla città che coinvolse le fazioni dei Muffati e Malcorini. Questa volta non si combatteva tra filo-imperiali e filo-papali, ma all’interno della stessa fazione filo-papale e della stessa famiglia dei Monaldeschi. Questa dapprima si divise in 4 rami in lotta tra loro, i Monaldeschi della Cervara, della Vipera, del Cane e dell’Aquila successivamente,  a due a due si schierarono a sostegno del Papa Urbano VI tornato da Avignone o a sostegno di Clemente VII antipapa. Fabro, rientrò tra i possedimenti della fazione Malcorina, essendo di proprietà di Bonconte Monaldeschi della Vipera.

Nel 1345, Fabro rientrò negli accordi di pace tra i Conti di Montemarte e il Comune di Orvieto, poichè i conti lo avevano conquistato e inserito nei loro possedimenti, insieme a Cetona, Ficulle, Camporsevoli e Torre. In base al trattato i castelli tornarono in mano ad Orvieto, e Fabro fu amministrato dalla città per mano del Capitano del Popolo di Orvieto messer Angelino Salimbeni.

Nel 1355, Ugolino Montemarte Conte di Corbara, nell’ottica di ampliare i suoi possedimenti e la potenza territoriale, acquistò i diritti sui castelli di Fabro, San Casciano dei Bagni, Benano, Castrorvietano, Salci, Montegabbione e Cetona [4]. Dopo Ugolino, Fabro entrò passò al fratello Francesco, il famoso uomo d’arme. Quest’ultimo aggiunse ai possedimenti anche Monteleone e Camporsevoli nel 1397, grazie al papa Bonifacio IX.

In seguito alla morte di Francesco nel 1401, i suoi possedimenti andarono al figlio Ugolino, il quale li passò al figlio Niccolò detto il Fracassa. A sua volta questo morì senza figli. I beni, quindi, furono confiscati dal Papa e, nel 1481, Fabro e gli altri feudi andarono nelle mani di Bartolomeo della Rovere, nipote di Papa Sisto IV e fratello di Giulio II. Il Comune di Orvieto, l’anno seguente, nel 1481, comprò i castelli da Bartolomeo per 4000 ducati d’oro con il consenso del Papa.

Successivamente, in seguito alla lunga disputa tra Orvieto e i Bandini di Castel della Pieve, Fabro passò a quest’ultima famiglia nel 1497.

Ma chi erano queste famiglie?

Filippeschi e Monaldeschi

Le storie di queste due famiglie sono indissolubilmente legate l’una all’altra, fino a quando l’una soccombette all’altra.

I Filippeschi furono una famiglia orvietana che fece parte della vita politica della città per tutto il ‘200 fino alla sua disfatta agli inizi del ‘300. Il suo nome deriva dal capostipite, tal Filippo, di cui però non si conosce altro. Esso è semplicemente citato come padre di Bartolomeo, il quale è appellato appunto Bartolomeo di Filippo. Bartolomeo è citato in alcuni documenti orvietani tra il 1202 e il 1222, ed ebbe 4 figli di cui uno, Enrico, ricoprì la carica di Console di Orvieto nel 1213-1214 e nel 1241. In questa prima metà del ‘200, i Filippeschi erano in numero inferiore rispetto ai Monaldeschi e per questo erano meno potenti a livello politico. I Monaldeschi, invece, erano i più potenti e influenti della città.

I Filippeschi furono grandi proprietari terrieri, il cui territorio si sviluppava nella parte nord del contado orvietano, in particolare a Ficulle, Fabro e Salci. I Monaldeschi, invece, furono più che altro mercanti, sebbene abbiano avuto ampi possedimenti dislocati verso Bolsena e il contado a sud di Orvieto [5].

Su chi siano stati i proprietari del castello non è dato saperlo, ma si può ipotizzare che potesse trattarsi solo di persone direttamente schierate a favore di Filippeschi e non i Filippeschi propriamente detti.

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Stemma Monaldeschi

Le origini della famiglia Monaldeschi sembrerebbero affondare le radici nella nobiltà longobarda in base a atti pubblici e rogiti tra il IX e XII secolo. Il primo esponente della famiglia presente nei documenti, comunque, risulta essere Monaldo Monaldeschi di Pietro di Cittadino, vissuto gli inizi del ‘200, e contemporaneo di Bartolomeo di Filippo.

 

Vi sono state anche teorie di origini leggendarie di questa famiglia, come quella che voleva come suo capostipite un conte che scese in Italia insieme a Carlo Magno e feudatario di alcuni castelli vicino Colonia. Un figlio di questo, chiamato Monaldo, avrebbe dato origine alla dinastia dei  Monaldeschi, mentre i suoi fratelli avrebbero fondato le famiglie fiorentine dei Cavalcanti, dei Calvi e gli Orlandi-Malevolti di Siena.

La seconda leggenda, invece, vorrebbe i Monaldeschi discendenti dei Conti d’Angiò, ossia i Plantagneti la dinastia più antica d’Inghilterra.

La terza leggenda vuole l’origine della famiglia da un nobile cavaliere giunto ad Orvieto al seguito del generale bizantino Belisario, nel 536, durante la guerra gotica.

Secondo le cronache, il castello di Fabro appartenne a Bonconte Monaldeschi della Vipera, crudele tiranno.

Montemarte Conti di Corbara

Le origini dei Conti di Corbara vanno ricercate nella nobiltà longobarda, ossia in quella grande famiglia di conti Farolfingi che furono attivi ad Orvieto e a Chiusi nei secoli XI e XII[6].

Le più antiche attestazione  risalgono al 995 d.C. quando un conte Farolfo, figlio del conte Guido, fece una donazione a San Romualdo. I figlio di Farolfo, chiamato Guido a sua volta, fece parte dei confratelli di San Romualdo. Dopo un lungo silenzio, la famiglia ritorna nel 1130, quando Papa Onorio II concesse a Marcantonio conte di Montemarte il possesso del castello di Montemarte, Onano, Sonnino, Titignano e Lugnano [7].

La famiglia, poi, fu un baluardo della chiesa grazie a numerose azioni in suo favore, tanto da essere di fazione Guelfa, prima, e di fazione Malcorina, dopo.

Secondo Francesco Montemarte, la sua famiglia in origine fu unita ai Conti Bovacciani signori di Chiusi. Le due casate si sarebbero divise nel 1181, con i fratelli Matteo e Gruamonte assoggettatisi al Comune di Orvieto. Da Matteo avrebbe avuto origine la famiglia Bovacciani, da Gruamonte i Montemarte. Successivamente, nel 1327 vi fu un’ulteriore divisione nel ramo Montemarte: i figli del conte Andrea, Pietro e Farolfo si divisero rispettivamente in Conti di Corbara e Conti di Titignano.

I possessori del nostro castello furono grandi uomini d’arme, come Ugolino di Montemarte, comandante dell’esercito del Cardinale Albornoz, e Francesce, suo fratello minore. Questi scrisse un’opera storico-familiare che aiuta moltissimo alla comprensione della storia orvietana e italiana della fine del ‘300. L’opera è stata interpretata come l’esigenza da parte di un uomo d’arme come Francesco di giustificare la violenza e le guerre all’interno di un ideale più alto, ossia il trionfo degli interessi temporali della chiesa romana che già all’epoca del fratello Ugolino coincidevano con quelli della sua famiglia. In essa è presente anche una giustizia divina che traspare in ogni gesto compiuto da lui e da su fratello, come se fossero stati guidati da essa. Resta il fatto che i fatti narrati nell’opera siano veritieri e non falsati da vana gloria o travisati per un tornaconto familiare, come i commentari di Cipriano Manente. Sebbene traspaia l’aperta appartenenza ad una della due fazioni in lotta,  l’opera resta una fonte attendibile.

Della Rovere

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Stemma Della Rovere

Sebbene il nome della Rovere sia altisonante e rievochi papi e intrighi, le origini della famiglia furono modeste. La nobiltà della famiglia fu fatta derivare da un’omonima casata di Torino conti di Vinovo, di cui adottarono lo stemma della quercia dorata in campo azzurro.

 

I Della Rovere vennero agli onori della storia sono nel ‘400, quando Francesco della Rovere divenne Papa Sisto IV. Grazie a questa nomina, la famiglia ottenne grandi privilegi e alcuni suoi esponenti ricoprirono cariche ecclesiastiche e civili importanti: una su tutte il nipote di Francesco, Giuliano della Rovere, divenne Papa Giulio II.

La famiglia fu influente per tutto il ‘500 e ‘600 fino a quando il patrimonio familiare fu assorbito dai Medici, dopo il matrimonio di Vittoria della Rovere con il Granduca Ferdinando II de’Medici.

Bandini
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Stemma Bandini

Il primo esponente della famiglia Bandini è Bandino Bandini che visse nella prima metà del ‘200 e aiutò Papa Gregorio IX ad andare da Perugia a Roma.

Di origine incerta, la famiglia Bandini ebbe un notevole peso nella politica locale tra il ‘400 e ‘500. Cesareo Bandini, che diede inizio alla disputa con Orvieto per il possesso dei castelli di Monteleone e Fabro, si sposò con Manfilia dei Conti di Corbara che rivendicava i diritti su questi castelli. La disputa si concluse con una lunga guerra, entro cui morì lui stesso, e la conquista di Fabro e Salci da parte dei Bandini e la perdita definitiva di Monteleone.

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Stemma Pepoli

A partire dal 1497 i Bandini furono i signori di Fabro. A Cesareo succedette Bandino che ebbe un figlio di nome Nicola. Questo fu probabilmente il governatore di Fabro, poiché lo Statuto porta il suo nome nella prima pagina. Nicola di sposò con Francesca Vitelli di Terni, contessa, da cui ebbe un unico figlio Bandino III. Questi si sposò con la nobildonna romana Giulia Cesarini da cui ebbe due figlie Porzia e Lucrezia. Bandino III morì circa nel 1531, pertanto Giulia rimasta vedova si sposò nuovamente. Il fortunato fu il conte Filippo Pepoli da Bologna, figlio di Guido. Questi portò con sé a Castel della Pieve anche i suoi due figli, Guido e Giovanni. Si sa dai documenti dell’archivio storico di Città della Pieve, che nello stesso anno, il 1543, Giulia Cesarini sposò Filippo Pepoli, Porzia sposò Giovanni Pepoli e Lucrezia Giudo Pepoli.

 

Lucrezia ebbe il possesso di Fabro probabilmente come dono di nozze. Sfortunatamente Guido Pepoli morì prematuramente, così Lucrezia sposò il principe Matteo Stendardi di Napoli, nipote di Paolo IV. Questi ricoprì la carica di Governatore di Città della Pieve al posto del Marchese Ascanio della Corgna e si occupò di Fabro in luogo della moglie. Il suo nome, oltre ad essere presente in libri che parlano di Città della Pieve, torna anche nei documenti presenti nell’archivio comunale di Fabro.

Lucrezia morì e i suoi beni tornarono nella mani della madre Giulia Cesarini. Questa a sua volta morì e il 31 agosto del 1570 per testamento tutti i sui beni andarono alla nobildonna romana Livia Capranica, sua pronipote.

 

Autore: F.B.

Note:

[1] ASO, Giudiziario

[2] D. Waley “Maedieval Orvieto” (ed. 2013), pag. 83 n. 2

[3] Comentari historici della città d’Orvieto Di Monaldo Monaldeschi della Cervara (1584), pag 65

[4] Archivio di Stato di Orvieto

[5] D. Waley “Maedieval Orvieto” (ed. 2013), pag. 152 e seg.

[6] A. Spicciani “I Farolfingi: conti di Chiusi e conti di orvieto (sec. XI e XII)” in Bullettino Senese di Storia Patria vol. XCII (1985)

[7] F. A. Gualterio “Cronaca inedita degli avvenimenti d’Orvieto e d’altre parti d’Italia dall’anno 1333 all’anno 1400 di Francesco Montemarte Conte di Corbara” (1846), vol. I, pag. LXIII

 

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