La nascita dei castelli dell’Alto Orvietano

20131016_180941

Castello di Fabro – panorama Ovest

Per tentare di comprendere quali possono essere state le dinamiche che hanno portato alla nascita dei castelli dell’Alto Orvietano arroccati sulle cime dei colli, in mancanza di prove archeologiche, si è dovuto procedere per ipotesi che hanno permesso una ricostruzione verosimile di questa origine. Ho scelto di non utilizzare le fonti storiografico-letterarie di età rinascimentale, poiché non oggettive, ma mi sono avvalsa della documentazione archivistica notarile e diplomatica [1]. Inoltre, in mancanza di studi specifici sullo sviluppo del territorio dell’Alto Orvietano, mi sono appoggiata a studi relativi alle dinamiche di popolamento della Toscana Meridionale tra i secoli VII e XIV, con la quale il territorio orvietano ha affinità geomorfologiche e storico-cultuali.

Il territorio dell’Alto Orvietano, infatti, sebbene diviso oggi dalla Toscana da un limite amministrativo, in epoca etrusca costituì parte integrante dei territori di Clevsin (Chiusi) e Velzna (Orvieto), le due città più importanti della zona. Analogamente, in epoca imperiale fece parte della VII Regio della penisola italica, l’Etruria, con i centri maggiori situati a Clusium (Chiusi) e a Volsinii Novi (Bolsena). Questa regione in epoca longobarda si trasformò nel Ducato di Tuscia, al cui interno era il piccolo Ducato di Chiusi. Come è facile intuire, quindi, il territorio dell’Alto Orvietano è stato per secoli culturalmente affine a quella che oggi è la Toscana Meridionale, come lo è anche dal punto di vista paesaggistico, con colline, rilievi montani, boschi, pianure e corsi d’acqua di varia portata.

Questa uniformità, quindi, consente di potersi appoggiare a studi archeologici e archivistici approfonditi condotti nelle provincie di Siena e Grosseto.

Prima dell’anno 1000

Prima di procedere con l’analisi dei castelli, è necessario compiere un breve excursus sull’evoluzione del popolamento rurale a partire dai secoli appena successivi la caduta dell’Impero Romano, ossia dal V sec. d.C. in poi.

Il paesaggio medievale, infatti, costituisce una netta cesura con il paesaggio romano-imperiale che era per lo più contraddistinto da insediamenti sparsi di pianura. La nascita del nuovo paesaggio può essere collocata nel VI sec. d.C. quando l’Etruria venne sconvolta dalla guerra greco-gotica. Durante questi scontri il territorio dell’Alto Orvietano si trovò tra le due roccaforti gote di Chiusi ed Orvieto [2]. In seguito la Toscana assistette alla contrapposizione di eserciti romano-bizantini e germanico-longobardi che portarono nel VII secolo al pieno controllo della Tuscia da parte dei Longobardi [3].

In questo periodo, come attestano ricognizioni archeologiche avvenute nella Val di Paglia, la vita quotidiana rurale subì dei mutamenti epocali che videro la diffusione di un popolamento disperso nelle campagne, in modeste abitazioni contadine, senza che tra esse vi fossero differenze esteriori di rango. Nelle pianure, invece, poche decine di persone si insediavano nelle grandi ville rustiche abbandonate di età romana e abitavano in tuguri e capanne[4].

Tra il VII e IX sec. d.C. questa dispersione nelle campagne venne gradualmente scomparendo, lasciando posto ad un paesaggio collinare punteggiato di piccolissimi abitati situati tendenzialmente in altura, con un economia basata sull’agricoltura, l’allevamento ed attività artigianali molto modeste [5]. La spinta per questa nuova forma di sviluppo insediativo fu dovuta anche ad un progressivo aumento demografico [6].  Questi villaggi, la cui unità principale era costituita dalla casa (un insieme di edifici e terre relative ad un’azienda contadina), potevano ospitare una popolazione che si poteva aggirare intorno alle 100 unità e nelle fonti antiche toscane erano di norma appellati come casa dominicana, sala, curtis, castrum/castellum.

Le caratteristiche vincenti che un territorio doveva possedere per essere idoneo alla nascita di questi insediamenti erano terreni leggeri d’altura, che permettevano una maggiore facilità nella lavorazione, ed affioramenti di falde acquifere utilizzate mediante lo scavo di pozzi o lo sfruttamento delle sorgenti naturali. Le terre a valle, al contrario, venivano lasciate incolte poiché troppo grasse e umide e necessitanti di troppa manodopera. I terreni più elevati venivano adibiti a bosco per la caccia e l’allevamento brado [7].

Per quel che concerne il territorio dell’Alto Orvietano, il primo documento scritto attestante la fase insediativa appena descritta risale all’anno 800 d.C. in cui sono citate due curtes. Queste si chiamavano Granario e Pontiano, erano situate in fine Clusina e rientravano nella donazione che lo svevo Erchambolo Alamanno fece al Monastero di San Gallo, in Svizzera. Amleto Spicciani [8], il primo ad identificare questi luoghi, localizzò queste due curtes nel territorio circostante Fabro, grazie alla citazione della fine Clusina. Questa formula, infatti, si riferisce al confine del territorio di Chiusi e rimanda ai fines Clusinorum di epoca traianea incisi sul XVII cippo miliare della Via Traiana Nova ritrovato in loc. Polvento tra i comuni di Fabro e Ficulle [9]. Di questi insediamenti, Granario è stata identificata con podere Granario, ancora presente ad Ovest del borgo di Salci, mentre Pontiano resta non identificabile.

Sulla scorta di questo documento, possiamo supporre che su alcune delle alture dove sorgono oggi i centri storici, tra il IX e il X sec. d.C., potessero essere presenti delle piccole curtes di poche case raccolte all’interno di una palizzata.

g_2_fabro_alto medioevo

Ipotesi ricostruttiva della curtis di Fabro

Non abbiamo alcuna certezza che al di sotto delle strutture monumentali dei nostri castelli vi siano testimonianze di questa fase alto-medievale, poiché non sono mai state portate avanti né ricerche archeologiche né architettoniche. Analisi di questo genere, invece, hanno portato alla luce informazioni importanti per quel che riguarda la fase primordiale dei castelli della Toscana Meridionale.

 Tra X e XII secolo: le prime citazioni documentarie

L’esistenza di questi insediamenti alto-medievale è abbastanza verosimile, poiché a partire dal X secolo i primi castelli andranno ad assumere la loro fisionomia caratteristica proprio sulle alture già occupate da villaggi di epoca precedente [10].

Il fenomeno della risalita in altura dei villaggi ed in seguito dell’erezione dei castelli nel medesimo luogo non può essere connesso esclusivamente all’aspetto puramente strategico-militare, come fu ritenuto erroneamente da eruditi e storici ottocenteschi per spiegare l’origine dei castelli del territorio dell’Alto Orvietano. Questa motivazione esclusiva, infatti, non spiega l’importanza e la diffusione di questa forma di insediamento né il popolamento rurale, tanto meno lo sradicamento dai paesaggi antichi e il conseguente successo di questo nuovo assetto che influenzò anche le modalità abitative nei secoli successivi [11].

A dare corpo a questa ipotesi sono documenti orvietani che riportano i nomi di alcuni castelli del territorio già per l’anno 1118, testimoniandone la presenza sul territorio. Essi sono: Carnaiola, Fabro, Ficulle, Parrano e San Pietro Aqueortus.

La data 1118 si colloca nel periodo definito Primo Incastellamento, tra il X e la prima metà del XIII secolo, in cui si assiste alla fioritura dei castelli. L’Incastellamento è un fenomeno che vede l’accentramento della popolazione sparsa nelle campagne attorno ad un insediamento percepito come maggiore e guidato da un signore o un gruppo signorile detentore del potere locale [12]. La formazione di questi insediamenti fortificati, infatti, avvenne su spinta di gruppi aristocratici, di rango comitale o proprietari fondiari medio-grandi, tra cui primeggiavano vescovi e abati, che affermarono il loro potere signorile sulle terre, sugli uomini che le abitavano ed esercitavano il controllo sulle risorse locali. Una volta consolidato, questo potere fu assimilato ad un bene patrimoniale, quindi, passibile di vendita, donazione, successione e smembramento [13].

Dallo studio dei documenti d’archivio della Toscana Meridionale, i nascenti castelli sembrerebbero essere stati annessi ad una curtis preesistente di cui si restaurava l’impianto già in qualche modo fortificato o si costruiva per nuove esigenze. Fino alla seconda metà dell’XI secolo i castelli erano costituti da uno spazio delimitato da una cinta in muratura, a cui si affiancavano terrapieni, palizzate e fossati, al cui interno erano presenti edifici in materiale deperibile e, talvolta, una chiesa in muratura [14].

Queste prime strutture rappresentano il rinnovato interesse verso l’utilizzo della pietra come materiale da costruzione, riconducibile all’ostentazione dello status da parte delle élite signorili-militari. Tramite l’erezione di strutture in pietra, come la torre, le mura e la chiesa, di alto valore simbolico, i signori manifestavano il proprio potere sul territorio sia dal punto di vista visivo sia lasciando un’impronta profonda nel paesaggio.

Le costruzioni in pietra, dapprima solo per opere difensive ed edifici di rappresentanza, residenze signorili, torri e chiese, vennero diffuse anche alle abitazione contadine. La torre rappresentava la residenza del signore ed era di norma costruita in posizione dominante, mentre gli edifici religiosi erano di piccole dimensioni ad un’unica navata ed erano situate nei pressi delle residenze signorili, collocazione che le connotava come luogo di culto dipendente dalla famiglia signorile [15].

Nei documenti d’archivio toscani, i termini che descrivono questa nuova tipologia di insediamento sono castrum, castellum e rocca, ma non permettono di comprendere effettivamente la loro estensione, la loro forma o la loro fortificazione, eccetto rocca che descriveva un luogo con le pareti molto scoscese [16].

La documentazione orvietana sia laica che religiosa, raccolta in un unico tomo dal Fumi nel XIX secolo[17], non conserva documenti anteriori al 1024, pertanto non possiamo conoscere la situazione territoriale nei secoli precedenti. Le sue informazioni, quindi, sono relative all’ultima fase del Primo Incastellamento dei secoli XI e XII secolo. Riallacciandoci alla documentazione toscana, le citazioni relative ai castelli dell’Alto Orvietano e zone limitrofe sono assai esigue ed emergono solo alcuni insediamenti che sono:

  • per il 1103: Castrum Lipraga [18] e Castrum Cuculella  [19];
  • per l’aprile del 1118: Castellum de Parrano[20], Ficulle[21] e Carraiola[22];
  • per il giugno del 1118: Monasterium Sancti Petri Aquetorte [23], Castellum de Ripraga, Fabro [24], Biceno[25], Rosano [26], Ficulle, Sucano[27]

Da questo elenco è evidente la disparità dell’uso della definizione castrum/castellum o la sua mancanza, la quale, però, non implica che tali luoghi non avessero strutture fortificate e che non fossero incastellate. Il termine castrum inoltre non ha nessun legame con la preesistenza di un insediamento o accampamento romano, ma sta a significare solo la presenza di una fortificazione.

Autore: F.B.

NOTE:

[1] Le fonti storiche possono essere divise in due tipologie: primarie o secondarie. Le prime sono oggettive, come reperti archeologici ed epigrafici, documenti notarili e diplomatici; le fonti secondarie sono non oggettive, come opere letterarie di tipo storiografico. Per lo studio di un periodo oscuro e povero di testimonianze scritte, come l’Alto Medioevo, l’uso delle opere storiografiche rinascimentali può portare a fraintendimenti e inesattezze. Essendo frutto della rielaborazione di uno storico/erudito/lettarato, volontariamente o ingenuamente, le informazioni possono essere interpretate in modo arbitrario. Nel Rinascimento, ad esempio, il mecenatismo portava, talvolta, lo storico anche alla mistificazione dei dati storici o presunti tali per compiacere il proprio signore, rendendo la famiglia più importante, o partecipe a fatti di rilievo, oppure trovando origini antichissime e quasi mitologiche della città o del borgo dove risiedeva.

[2] Secondo lo storico bizantino Procopio di Cesarea, il re goto Vitige essendo a Roma e volendo raggiungere Ravenna, fu costretto a passare per la Toscana poichè la Flaminia era sotto il controllo dei Bizantini. Durante questo passaggio, si fermò ad Orvieto dove lasciò una guarnigione di 1000 uomini sotto il comando di Albila e successivamente passando per Chiusi ne lasciò un numero uguale sotto il comandante Gibimero (tra il 537 e il 538). Quando Belisario, comandante in capo dell’esercito bizantino, seppe di questi acquartieramenti, inviò a Orvieto Peranio con un grande esercito per assediarla, mentre lui si recava a Urbino. Raccontano gli storici che l’assedio fu lungo e strenua la difesa dei Goti di Albila, che per lo stremo furono costretti a mangiar il cuoio rammollito nell’acqua e che nel mese di dicembre del 538 dovettero concedere la resa. (Procopio di Cesarea, La Guerra Gotica, II, 11, ed. D. Comparetti, Roma 1895-1898 in Fonti della Storia d’Italia 23-25, vol II, 69)

[3] R. Farinelli, I castelli nella Toscana delle “città deboli” dinamiche del popolamento e del potere rurale nella Toscana meridionale (secoli VII-XIV), Borgo San Lorenzo, All’Insegna del Giglio, 2007, pag. 47

[4] Ivi pag. 47

[5] Ivi pag. 48

[6] Ivi pag. 38

[7] Ivi pag. 48

[8] A. Spicciani, I Farolfingi: conti di Chiusi e conti di Orvieto (sec. XI e XII) in Bullettino Senese di Storia Patria vol. XCII (1985), pag. 54 nota 224

[9]Per bibliografia sulla Via Traiana Nova si rimanda a: E. Galli, Allerona: cippo miliario della via Traiana Nova, in “Notizie degli Scavi” serie V, 1913, fasc.9, pag. 341-344; R. Bianchi Bandinelli, Fabro: scoperta di un cippo miliario della via Nova Traiana, in “Notizie degli Scavi” serie V, 1925, fasc.1-2-3, pag. 36; E. Martinori, Via Cassia (antica e moderna) e sue deviazioni, Roma, 1930; W. Harris, The Via Cassia and the Via Traiana Nova between Bolsena and Chiusi in “Papers of the British School at Rome” (1965) vol. XXXIII, pag. 113-133; B. Klakowicz, Il Contado Orvietano, parte seconda. I terreni a Nord, Roma, L’Erma di Bretschneider, 1977, pag. 58-59; W. Harris, A milestone from the Via Traiana Nova near Orvieto in “Zeitschrift fur Papyrologie und Epigraphik” vol. 85, 1991, pag. 186-188; A. Mosca, Via Cassia. Un sistema stradale romano tra Roma e Firenze, Roma, L.S. Olschki, 2002, pag. 127 e seg.

[10] Farinelli, Le città deboli della Toscana, pag. 14

[11] Ivi. Pag. 10

[12] Ivi pag. 120

[13] Ivi pag. 129

[14] Ivi pag. 104-105

[15] Ivi pag. 120

[16] Ivi pag. 120. Il termine con cui, invece, si andavano ad indicare insediamenti sorti al di sopra di strutture di epoca romana o etrusca sono Castellione, Castello, Civitella, Civita e Civitate, con la riattivazione di siti d’altura abbandonati da secoli. (Ivi pag. 123)

[17] L. Fumi, Codice diplomatico della Città di Orvieto, Firenze, G.P. Vieusseux, 1884

[18] Ivi pag. 7, XI: oggi podere Leprara nel comune di Allerona (TR)

[19] Ivi pag. 7, XI: oggi podere Cuculella nel comune di San Casciano dei Bagni (SI)

[20] Ivi pag. 11, XV: oggi Parrano (TR)

[21] Ivi pag. 11, XV: oggi Ficulle (TR)

[22] Ivi pag. 11, XV: oggi Carnaiola, frazione del comune di Fabro (TR)

[23] Ivi pag. 12, XVI: oggi borgo adibito a struttura turistica nel comune di Allerona (TR)

[24] Ivi pag. 12, XVI: oggi Fabro (TR)

[25] Ivi pag. 12, XVI: oggi Viceno, frazione del comune di Castel Viscardo (TR)

[26] Ivi pag. 12, XVI: non più esistente

[27] Ivi pag. 12, XVI: oggi Sugano, frazione del comune di Orvieto (TR)

Annunci

Un pensiero su “La nascita dei castelli dell’Alto Orvietano

  1. Pingback: A.D. 1118: la prima citazione dell’insediamento di Fabro | Fabro Nascosta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...