La tomba etrusca della Volpara

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Urna cineraria etrusca da Chiusi Città Sotterranea

Nel 1878, lungo il confine dell’antico comune di Carnaiola e quello di Monteleone d’Orvieto, in vocabolo Volpara in un terreno di proprietà della famiglia Meoni di Carnaiola, fu rinvenuta una tomba etrusca ipogea [1], analoga alla tomba  rinvenuta nel novembre del 2015 nel vocabolo San Donnino nel comune di Città della Pieve, attualmente inedita.

Della tomba della Volpara si è persa l’esatta ubicazione, giacchè fin dall’anno successivo al ritrovamento le pubblicazioni che affrontarono l’argomento non concordarono nè sul toponimo nè sulla posizione topografica, l’unica cosa su cui concordarono è il nome del comune di riferimento, ossia Carnaiola. Si prenderà per buono il toponimo Volpara, attualmente esistente al confine tra i comuni di Fabro e Monteleone d’Orvieto.

In base alle indagini dell’epoca, la tomba era stata ricavata sgrottando lo strato tufaceo, definizione inesatta poichè oggi sappiamo che tutto il nostro territorio è costituito da un unico grande accumulo di sabbie di origine marina. L’errata definizione fu dovuta all’osservazione delle pareti della tomba che probabilmente conservavano le tracce dello scalpello come accade con il tufo.  Questi segni, infatti, rimangono grazie alla natura stessa dello strato argilloso che essendo di consistenza sabbiosa e umida risulta “facile” da scavare e da modellare e una volta al contatto con l’aria diventa più solido.

La tomba, secondo la descrizione che Helbig ebbe dalla signora Francesca Meoni, proprietaria del terreno che assistette allo scavo, era costituita da un’unica camera di forma ovale con volta a calotta, ma la mancanza di documentazione grafica non permette di avere certezza che questa fosse la forma esatta. Le tombe di questo genere, ricavate in questa tipologia di terreno, sono di norma di forma sub-rettangolare con il tetto a doppio spiovente e imitano in tutto e per tutto l’aspetto di una casa. Pertanto si può ipotizzare che anche la tomba della Volpara avesse un’unica camera di forma rettangolare o quasi con il tetto a doppio spiovente. Ciò che si presentò agli occhi degli scopritori fu probabilmente un ambiente compromesso dal disfacimento naturale, dal tempo e dalle infiltrazioni d’acqua. Anche la presenza di piante in superficie potrebbe aver contribuito allo sfaldamento della volta, che apparve quindi a volta e non a capanna. Situazioni di questo tipo sono molto frequenti nel territorio dell’Alto Orvietano, sia che le camere siano state scavate in antico sia in epoche moderne.

L’entrata era rivolta verso occidente ed era direttamente posta su una stradina, ma non si sa se dal lato lungo o dal lato corto della camera. Non si parla di dromos, ossia del corridoio d’ingresso, che potrebbe essere stato asportato proprio dal transito della strada. L’ingresso era chiuso da una lastra di travertino che fu trovata già rotta, segno quindi di una visitazione precedente, non si sa bene se in antico o in tempo moderni.

Dentro vi furono rinvenute 6 urne cinerarie in travertino: 4 etrusche e 2 etrusco-romane. La disposizione delle urne etrusche era la seguente: un’urna al centro della tomba con attorno le altre tre. Le due etrusco-romane, invece, erano posizionate all’imbocco della tomba. La disposizione delle prime fu interpretata ipotizzando l’urna centrale come capostipite della famiglia intorno al quale erano state deposte le altre. Per le seconde, invece, la posizione all’ingresso della camera sepolcrale denotava un segno di rispetto per i defunti più antichi. Non si hanno notizie di un corredo funebre, forse trafugato nello stesso momento in cui fu rotta la porta e ciò che ne rimase era ceramica non di pregio.

volpara urne nuovoL’urna centrale misurava 56 x 42 cm ma non ne viene riportata nè la decorazione della cassa nè del coperchio. Su questo era presente però l’iscrizione funebre. Quest’ultima riporta il nome del proprietario dell’urna: Luci Cicu Ath Svenias, ossia Lucio Cicunia figlio di Arunte e Svenia.

La descrizione delle urne prosegue in senso orario da sinistra verso destra.

  1. La prima urna a sinistra misurava 41 x 35 cm, la cassa era decorata da una rosetta inserita tra due pilastrini o colonne scanalate incoronati da capitelli corinzi molto ricchi. Il coperchio recava la seguente iscrizione: Ath Cicu Svenias, ossia Arunte Cicunia figlio di Svenia.
  2. L’urna successiva misurava 38 x 32 cm, la cassa era decorata con un orcio inserito tra due patere o rosette. L’iscrizione sul coperchio invece risultava assai trascurata e frammentaria: L*uci Cicus ***un **iai
  3. L’urna successiva misurava 52 x 30 cm e la cassa era decorata con una patera inserita tra due pelte amazzoniche (ossia due scudi lunati). Anch’essa aveva il coperchio recante l’iscrizione funebre: Ath Cicu Ath Krapilun, ossia Arunte Cicunia figlio di Arunte Krapilun

Delle urne situate in prossimità della porta non viene riportata alcuna descrizione, eccetto le misure e le iscrizioni.

  1. La prima cassa misurava 36 x 32 cm. Iscrizione: C. Gellius Crassus Annia Natus 
  2. La seconda cassa misurava 40 x 32 cm. Iscrizione: C. Gellius C. F. Arn Crassus Murtia natus

h_1_iscrizioniLe quattro urne etrusche appartenevano, pertanto, alla famiglia Cicunia dell’aristocrazia chiusina. Di questi defunti Lucio Cicunia e Arunte Cicunia erano fratelli, figli entrambi di Svenia, mentre Arunte Cicunia figlio di Arunte Krapilun è stato interpretato come il padre di questi [2]. La posizione di Lucio al centro della tomba potrebbe essere dovuta al fatto che sia stato l’ultimo della famiglia ad essere deposto e non il capostipite. Del defunto la cui iscrizione è mutila non si può avere nessuna certezza, a parte che aveva il nome di Lucio Cicunia.

Le due urne scritte in caratteri latini appartenevano, invece, alla gens Gellia, ma sempre di Chiusi.

Le urne etrusche, in base alla decorazione sulle casse, si possono datare al III-II sec.a.C. Mentre le urne etrusco-romane sono state datate ad un periodo successivo alla romanizzazione dell’Etruria e non hanno apparenti legami con la famiglia più antica. La presenza del nome abbreviato ARN, ossia Arnensis, sulla seconda urna induce a datarla al I sec. a.C., dopo la concessione della cittadinanza romana alla città di Chiusi e a tutti gli italici, avvenuta nel 90 a.C. con la Lex Iulia de Civitate. Chiusi, infatti, fu ascritta alla tribù degli Arnensis di cui facevano parte anche altre città. La prima urna invece può essere considerata di una generazione precedente, mancando il nome ARN. La famiglia è etrusca, ma adotta già nomi ed alfabeto latino.

Gran parte delle iscrizioni mostrano il matronimico, ossia il nome della madre per identificare il defunto, nel caso delle urne etrusche Svenia  e in quelle etrusco-romane Annia e Murtia. Questo è un elemento caratterizzante l’onomastica etrusca ed è del tutto assente nella latina. Nel mondo etrusco, infatti, una persona veniva identificata sia con il nome del padre sia con quello della madre, mentre i romani usavano solo il nome paterno, ossia il patronimico.

La presenza di queste famiglie chiusine in questo territorio portò Bianchi Bandinelli, uno dei massimi etruscologi del ‘900, a supporre l’appartenenza del territorio di Fabro alla città di Chiusi. Ciò fu suffragato anche dal successivo ritrovamento del cippo miliare della Via Traiana Nova.

Dove siano ora questi materiali non è dato di saperlo.

Autore: FB

Note:

[1] Helbig pag. 239 e seg in “Bullettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica” nr. XI, XII Nov e Dic 1882; CIE 1641-1646; CIL XI 2250-2252

[2] A. Fabretti “Primo supplemento alla raccolta delle antichissime iscrizioni italiche: con l’aggiunta di alcune osservazioni” parte 1° (1872) nr. 562-567

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