Fabro: indizi sull’esistenza di un Comune medievale

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Gli indizi documentari attualmente in nostro possesso permettono di supporre l’esistenza del Comune medievale di Fabro nel 1118. Un piccolo Comune che, attraversando i secoli, si è protratto fino ai giorni nostri con una continuità ininterrotta di 900 anni. Con questo breve articolo si tenterà di far luce su questi indizi, in attesa di documenti ulteriori.

Il periodo tra l’XI e il XIV secolo è noto storicamente come l’età dei Comuni, fase storica che vide la nascita di nuove realtà politiche, i Comuni per l’appunto. Questa nuova forma di enti territoriali e amministrativi fu dovuta all’aumento demografico avvenuto intorno all’anno Mille e alla ripresa delle attività artigianali. Proprio queste attività artigianali portarono all’affermazione di nuovi ceti sociali che cercarono di affrancarsi dal potere imperiale e feudale, coalizzandosi e dandosi nuove forme di governo autonome: il Comune.

Il documento del 1118 in cui viene citato per la prima volta il villaggio fortificato di Fabro appartiene proprio a questo periodo [1]. Oltre a testimoniare l’esistenza in vita del paese, il testo fornisce un’interessante elemento per la comprensione della realtà amministrativa dell’epoca: questo elemento sono i boni homines de Fabro .

La mera traduzione dei due termini latini indica semplicemente i buoni uomini di Fabro. Ma dietro a questa dicitura si nascondeva un gruppo di persone ben definito che si distingueva dal resto del popolo del villaggio per classe sociale e funzione politica. Questi erano una gruppo di persone in possesso di diritti e funzioni speciali: contribuivano alla nomina dei giudici del proprio luogo, partecipavano alla formazione delle sentenze e ad atti esecutivi, assistevano alle donazioni e alla redazione dei gesta e intervenivano nell’inventario dei beni dei minori e molte altre funzioni [2].

In base al documento del 1118, che riporta la vendita dei diritti feudali che il Conte Rinaldo Aldobrandini aveva sul Monastero di San Pietro Acquaeortus all’abate Guglielmo, i boni homines di Fabro erano stati convocati proprio per adempiere ad uno degli uffici che a loro competeva, ossia assistere a vendite e donazioni. La presenza di questo gruppo di persone, infatti, viene giustificato dalla frase:

[…] Et ut firmius et stabiliusque permaneat hoc sacramento propris manibus nostris firmavimus et firmare fecimus bonis hominibus de Rosano, et bonis hominibus de Bicino et de Fabro. […]

che significa “e affinchè [la vendita] permanga più ferma e stabile con questo sacramento firmammo con le nostre proprie mani e facemmo firmare ai boni homines di Rosano, e ai boni homines di Viceno e Fabro”. La convocazione fu fatta anche perchè il territorio sottoposto al Monastero di San Pietro Acqueortus era così vasto da toccare i confini dei territori di questi castelli.

Le presenza, quindi, di questo gruppo induce a pensare che nel 1118 il villaggio fortificato di Fabro, di cui non conosciamo l’entità demografico-urbanistica, potesse essere già costituito in Comune, un piccolo comune entro cui era presente una stratificazione sociale in cui emergeva un gruppo elitario di uomini, i boni homines per l’appunto, che esercitavano poteri amministrativi ed avevano anche funzioni militari. La stessa cosa si può dire per gli altri uomini citati in questo documento, come Agolinus de Ficulle, esponente dell’élite amministrativa del suo villaggio.

Autore: F.B.

Note:
[1]  L. Fumi, Codice diplomatico della Città di Orvieto, Firenze, G.P. Vieusseux, 1884, pag. 12, XVI
[2] Enciclopedia Treccani, lemma “Boni Homines”

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