Il miliare di Polvento in una lettera di Bianchi Bandinelli

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Ranuccio Bianchi Bandinelli,

Presso l’Archivio dell’ex Soprintendenza Archeologia dell’Umbria, oggi Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, è presente un’interessante fascicolo dell’antica Soprintendenza Museo e Scavi d’Etruria di Firenze contenente alcuni documenti di Ranuccio Bianchi Bandinelli, allora giovane archeologo, relativi alla scoperta del celebre XVII cippo miliare della Via Traiana Nova di Polvento: la relazione di scavo da cui trasse materiale per il suo articolo edito su Notizie dagli Scavi del 1925, una foto del cippo ancora in situ scattata durante lo scavo e una lettera manoscritta che inviò all’allora Soprintendente d’Etruria, di cui non compare il nome.

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Alla scoperta della Chiesa di San Cristoforo

20131016_180941Leggendo gli antichi consigli comunali di Fabro mi sono trovata davanti la citazione della Chiesa di San Cristoforo rimanendo stupita, poichè fino a quel momento non ne avevo mai sentito parlare, nemmeno dai più anziani del paese. Dopo una lunga ricerca, è emerso che nella Parrocchia di Fabro, fino alla metà del ‘700, erano presenti ben 4 chiese: San Martino, San Basilio, la Madonna delle Grazie e quest’ultima, San Cristoforo.

Con questo articolo, vi condurrò alla scoperta di questa piccola chiesa dell’antico comune di Fabro, ormai perduta e su cui attualmente vi sono pochissime informazioni. Tutto quello che ho raccolto proviene dall’Archivio Vescovile di Orvieto, dall’Archivio di Stato di Roma e dall’archivio storico comunale di Fabro.

La prima domanda fu quella dove potesse essere questa chiesa, ma in nessuna delle citazioni individuate ve n’era un espresso riferimento. Questo dato così importante, infatti, emerse solo per ultimo.

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Alcune parole di origine germanica nel dialetto fabrese

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Il centro storico di Fabro

Come il latino contaminò le lingue dei popoli conquistati, anche i popoli germanici che conquistarono l’Italia dopo la caduta dell’Impero Romano apportarono delle modificazioni alla lingua latina. I nuovi termini andavano a descrivere la nuova amministrazione pubblica, la politica e anche la vita quotidiana e rurale. Non che non vi fossero termini latini corrispondenti, ma questi non riuscivano più a descrivere con precisione la nuova realtà di ciò di cui si voleva parlare. Pertanto furono sostituiti da queste parole straniere che invece descrivevano meglio e più velocemente cosa si voleva dire.

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La tomba etrusca della Volpara

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Urna cineraria etrusca da Chiusi Città Sotterranea

Nel 1878, lungo il confine dell’antico comune di Carnaiola e quello di Monteleone d’Orvieto, in vocabolo Volpara in un terreno di proprietà della famiglia Meoni di Carnaiola, fu rinvenuta una tomba etrusca ipogea [1], analoga alla tomba  rinvenuta nel novembre del 2015 nel vocabolo San Donnino nel comune di Città della Pieve, attualmente inedita.

Della tomba della Volpara si è persa l’esatta ubicazione, giacchè fin dall’anno successivo al ritrovamento le pubblicazioni che affrontarono l’argomento non concordarono nè sul toponimo nè sulla posizione topografica, l’unica cosa su cui concordarono è il nome del comune di riferimento, ossia Carnaiola. Si prenderà per buono il toponimo Volpara, attualmente esistente al confine tra i comuni di Fabro e Monteleone d’Orvieto.

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La nascita dei castelli dell’Alto Orvietano

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Castello di Fabro – panorama Ovest

Per tentare di comprendere quali possono essere state le dinamiche che hanno portato alla nascita dei castelli dell’Alto Orvietano arroccati sulle cime dei colli, in mancanza di prove archeologiche, si è dovuto procedere per ipotesi che hanno permesso una ricostruzione verosimile di questa origine. Ho scelto di non utilizzare le fonti storiografico-letterarie di età rinascimentale, poiché non oggettive, ma mi sono avvalsa della documentazione archivistica notarile e diplomatica [1]. Inoltre, in mancanza di studi specifici sullo sviluppo del territorio dell’Alto Orvietano, mi sono appoggiata a studi relativi alle dinamiche di popolamento della Toscana Meridionale tra i secoli VII e XIV, con la quale il territorio orvietano ha affinità geomorfologiche e storico-cultuali.

Il territorio dell’Alto Orvietano, infatti, sebbene diviso oggi dalla Toscana da un limite amministrativo, in epoca etrusca costituì parte integrante dei territori di Clevsin (Chiusi) e Velzna (Orvieto), le due città più importanti della zona. Analogamente, in epoca imperiale fece parte della VII Regio della penisola italica, l’Etruria, con i centri maggiori situati a Clusium (Chiusi) e a Volsinii Novi (Bolsena). Questa regione in epoca longobarda si trasformò nel Ducato di Tuscia, al cui interno era il piccolo Ducato di Chiusi. Come è facile intuire, quindi, il territorio dell’Alto Orvietano è stato per secoli culturalmente affine a quella che oggi è la Toscana Meridionale, come lo è anche dal punto di vista paesaggistico, con colline, rilievi montani, boschi, pianure e corsi d’acqua di varia portata.

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La Via Traiana Nova e il XVII Miliare di Polvento

Cippo di Polvento - miliare XVII

Cippo di Polvento (1925) – miliare XVII

Uno dei ritrovamenti più noti avvenuti nel territorio dell’Alto Orvietano è quello del XVII Miliare della Via Traiana Nova, oggi conservato nel portico del Museo dell’Opera del Duomo di Orvieto.

Il Cippo fu rinvenuto nel 1925 in prossimità della linea di confine tra i comuni di Fabro e Ficulle, precisamente nel vocabolo ficullese di Polvento di proprietà della Parrocchia di Fabro. Il ritrovamento avvenne ad opera di tre abitanti di Fabro, i signori Fucello, Sacco e Dragoni. Su questa scoperta fu anche pubblicato un articolo sul quotidiano dell’epoca “L’Assalto” del gennaio del 1925 redatto dal dott. Evaristo Moretti, erudito ficullese autore di numerosi articoli di archeologia locale.

Secondo gli archeologi e i testimoni che trovarono il cippo, questo era scivolato fondo ad un calanco per via delle piogge e, come riporta il Bianchi Bandinelli [1], la sua sede originaria doveva essere stata in cima alla collina.

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Le tombe dei Casali (III sec. d.C.)

Le tombe furono rinvenute nel 1881 nel podere Casali (oggi luogo adiacente all’Autostrada A1 in prossimità del casello), allora proprietà della famiglia Costarelli. I contadini che risiedevano nel podere, durante i lavori per il riassetto dell’aia antistante la casa, rinvennero ad una cinquantina di centimetri di profondità una tomba riempita di terra per via del cedimento della copertura sovrastante.

Questa prima tomba aveva un orientamento Est-Ovest e misurava 210×58 cm. La fossa era rivestita di mattoni a libretto uniti da malta, la copertura era in tegole legate da uno spesso strato di calcestruzzo. Il defunto, con ogni probabilità una donna, aveva il capo rivolto ad est.

A suggerire l’ipotesi di una tomba femminile è il corredo, che però sembra essere non particolarmente ricco ma con alcuni elementi che suscitano comunque un certo interesse:

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