I confini del distretto di Fabro nel 1666

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Confini del distretto del Castello di Fabro nel 1666

Nelle epoche precedenti alla nostra, i confini dei distretti dei castelli godevano di un’importanza di gran lunga maggiore di quanta ne godano oggi i confini comunali. Nel 1278, ad esempio, il Comune di Orvieto fece redigere un documento in cui si riportavano i confini territoriali di tutti i castelli sottoposti alla sua signoria. Questo testo costituisce infatti la prima descrizione complessiva dei confini  del territorio pertinente al Castello di Fabro, di cui si parlerà, però, in un articolo apposito tra qualche tempo.

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La nascita dei castelli dell’Alto Orvietano

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Castello di Fabro – panorama Ovest

Per tentare di comprendere quali possono essere state le dinamiche che hanno portato alla nascita dei castelli dell’Alto Orvietano arroccati sulle cime dei colli, in mancanza di prove archeologiche, si è dovuto procedere per ipotesi che hanno permesso una ricostruzione verosimile di questa origine. Ho scelto di non utilizzare le fonti storiografico-letterarie di età rinascimentale, poiché non oggettive, ma mi sono avvalsa della documentazione archivistica notarile e diplomatica [1]. Inoltre, in mancanza di studi specifici sullo sviluppo del territorio dell’Alto Orvietano, mi sono appoggiata a studi relativi alle dinamiche di popolamento della Toscana Meridionale tra i secoli VII e XIV, con la quale il territorio orvietano ha affinità geomorfologiche e storico-cultuali.

Il territorio dell’Alto Orvietano, infatti, sebbene diviso oggi dalla Toscana da un limite amministrativo, in epoca etrusca costituì parte integrante dei territori di Clevsin (Chiusi) e Velzna (Orvieto), le due città più importanti della zona. Analogamente, in epoca imperiale fece parte della VII Regio della penisola italica, l’Etruria, con i centri maggiori situati a Clusium (Chiusi) e a Volsinii Novi (Bolsena). Questa regione in epoca longobarda si trasformò nel Ducato di Tuscia, al cui interno era il piccolo Ducato di Chiusi. Come è facile intuire, quindi, il territorio dell’Alto Orvietano è stato per secoli culturalmente affine a quella che oggi è la Toscana Meridionale, come lo è anche dal punto di vista paesaggistico, con colline, rilievi montani, boschi, pianure e corsi d’acqua di varia portata.

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Antonio da Sangallo il Giovane ed il Progetto del Castello

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Progetto di Antonio da Sangallo il Giovane per il rifacimento del castello Fabro 

Nei primi decenni del ‘500, durante la signoria dei Bandini di Castel della Pieve, probabilmente negli anni di Bandino III (morto nel 1531), il castello di Fabro fu oggetto di un progetto di ristrutturazione commissionato a Antonio Sangallo il Giovane [1]. L’architetto, infatti, tra il 1527-1533 era impegnato in zona nella costruzione del Pozzo di San Patrizio ad Orvieto e in uno dei numerosi tentativi di bonifica della Val di Chiana. Quindi, trovandosi probabilmente nei pressi di Città della Pieve, dove risiedeva il Bandini, o nella zona di Fabro, venne ingaggiato per il lavoro al nostro castello.

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I Condottieri di Ventura “che portarono il guasto” nel paese di Fabro

Tra il Basso Medioevo e Rinascimento, le poche informazione riguardanti il Castello di Fabro provengono dalle cronache di battaglie e guerre redatte da cronisti dell’epoca e dal Codice Diplomatico della Città di Orvieto.

Il castello di Fabro, infatti, fu sottoposto alla giurisdizione di Orvieto a cui pagava tributi e della quale seguì le alterne vicende storiche, le vittorie come le sconfitte. Il potere di Orvieto, infatti, entrò in competizione con quello delle grandi città del Centro Italia, come Siena, contro la quale si scontrò numerose volte per motivi territoriali e politici. La città partecipò attivamente alle dispute tra impero e papato, e la nobiltà orvietana strinse legami familiari con le più importanti famiglie romane e toscane, rimanendo coinvolta anche in lotte di successione ed eredità.

Battaglia di Sant'Egidio (Pg) 12 luglio 1416

Battaglia di Sant’Egidio (PG), 1416

In questo periodo storico, quindi, Fabro e con lui il contado dell’Alto Orvietano e zone limitrofe furono spesso teatro di aspre battaglie e contese.

Agli inizi del ‘300 ebbe fine la lunga lotta tra Guelfi e Ghibellini, una lotta che nel territorio aveva visto guerreggiare sanguinosamente le due potenti famiglie orvietane dei Monaldeschi (guelfi) e dei Filippeschi (ghibellini). Circa 30 anni dopo la vittoria assoluta dei Monaldesch a seguito della morte del tiranno di Orvieto Manno Monaldeschi, avvenuta nel 1337, sorse una nuova sanguinosa lotta interna alla città che coinvolse le fazioni di Muffati e Malcorini. Questa volta non si combatteva tra filo-imperiali e filo-papali, ma all’interno della stessa fazione filo-papale e della stessa famiglia dei Monaldeschi. Questa, infatti, si era divisa in 4 rami in lotta tra loro per la supremazia in Orvieto: Monaldeschi della Cervara, della Vipera, del Cane e dell’Aquila. Allo stesso tempo si schierarono a due a due per il sostegno a Papa Urbano VI tornato da Avignone o il sostegno a Clemente VII antipapa. Fabro, rientrò, quindi, tra i possedimenti della fazione Malcorina, essendo di proprietà di Bonconte Monaldeschi della Vipera.

In tutta questa congerie di battaglie e lotte, i Signori si avvalsero dei servigi di soldatesche mercenarie che giunsero nel territorio da ogni parte d’Italia e d’Europa, guidate da eroici condottieri, noti alla storia come Capitani di Ventura.

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Il Castello di Fabro nel catasto del 1767

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Fabro – panorama

Con questo articolo si inaugura una serie di approfondimenti riguardanti l’assetto urbano del centro storico di Fabro tra ‘700 e ‘800, grazie alle rappresentazioni grafiche catastali dell’epoca. Essendo un argomento abbastanza articolato, per ciascun periodo sarà redatto un articolo riguardante il castello e il successivamente il borgo. Oggi inizieremo con il castello di Fabro nel ‘700.

Le prime raffigurazioni del castello e il suo distretto risalgono alla seconda metà del ‘700, momento in cui iniziarono ad essere prodotti i primi catasti particellari corredati di cartografie [1]. Esiste una raffigurazione ben più antica del castello di Fabro, il famoso progetto di Antonio da Sangallo il Giovane databile al 1535, di cui parlerò prossimamente in un articolo specifico.

Il primo catasto particellare di Fabro è il Catasto Tiroli che fu redatto nel 1767 e censiva esclusivamente i beni fondiari. Esso prende il nome da Francesco Tiroli, l’agrimensore ed ingegnere che lo eseguì. La mappa, elemento innovativo, prevedeva la rappresentazione topografica delle singole particelle catastali a cui era stato dato un numero progressivo per facilitarne l’individuazione. Parte imprescindibile di questo nuovo catasto era il brogliardo. Questo era il libro in cui, per ciascun proprietario, erano trascritti il numero della particella, la contrada e il vocabolo in cui era situato il bene, la tipologia di terreno, la produzione annua e i numeri delle particelle confinanti. Come si diceva poco sopra, questo catasto era esclusivamente fondiario pertanto non sono elencati i beni immobili, fatta eccezione per le capanne o le case situate dentro un terreno, che venivano descritti insieme, come “vigna con capanna” o “prativo con casa“.

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